Cinque secoli di cadute improvvise del PIL pro capite, anno per anno
Le medie di lungo periodo raccontano un’Italia che cambia lentamente: un secolo di crescita dopo la Peste Nera, un lungo ristagno, il declino del Settecento. Ma chi viveva in quei secoli non sperimentava le medie. Sperimentava gli anni, uno dopo l’altro: il raccolto buono e quello disastroso, la guerra che passava sui campi, l’epidemia che chiudeva le botteghe. Per un contadino lombardo del 1528 o per un artigiano napoletano del 1591 il problema non era il trend secolare, ma come arrivare all’anno successivo.
Le stime di Federico, Nuvolari, Ridolfi e Vasta, contenute nel pacchetto di replica ICPSR 237682, permettono di guardare proprio a questo. Il foglio «GDPpc and population» riporta il PIL pro capite italiano anno per anno dal 1328 al 1861, in dollari internazionali 1990. Sono 534 osservazioni e 533 variazioni annue. Questo articolo le usa per rispondere a una domanda diversa da quelle consuete: quanto era instabile il reddito degli italiani, e quando le crisi erano più frequenti?
Un’economia sulle montagne russe
Il primo dato sorprende per la sua ampiezza. In media, da un anno all’altro, il PIL pro capite italiano cambiava del 4,1%, in su o in giù. La deviazione standard delle variazioni annue è del 5,4%. Per un confronto, nelle economie avanzate di oggi una caduta del 4% in un anno è una recessione grave, del tipo che si vede una o due volte per generazione. Nell’Italia preindustriale era un’oscillazione ordinaria.
Le cadute erano frequenti quasi quanto le crescite. Su 533 anni, 272 registrano un calo del reddito per abitante: poco più della metà. In 83 anni la caduta supera il 5%, in 15 supera il 10%. Ogni sei o sette anni, in media, un italiano viveva un anno in cui il reddito disponibile si riduceva di almeno un ventesimo.
La ragione principale è la dipendenza dall’agricoltura. Con due lavoratori su tre nei campi, un cattivo raccolto si trasmetteva direttamente ai prezzi del grano, ai salari reali e quindi al prodotto. A questo si aggiungevano guerre, epidemie ed eventi climatici, che colpivano un’economia senza scorte sufficienti né strumenti per assorbire gli shock.
I secoli più instabili
Il grafico conta, per ciascun secolo, gli anni in cui il PIL pro capite cade di oltre il 5%, riportati a un intervallo di 100 anni per rendere confrontabili il Trecento e l’Ottocento, coperti solo in parte.

Emergono tre fasi. Il Tre e Quattrocento sono instabili ma non eccezionali: 15 e 17 anni di crisi ogni secolo. Il Cinquecento è il secolo più turbolento, con 20 anni di forte caduta, di cui 4 oltre il 10%, e una deviazione standard delle variazioni annue del 6,5%. È il secolo delle guerre d’Italia, delle carestie e della «rivoluzione dei prezzi».
Seicento e Settecento sono invece i secoli più calmi: 12 e 11 anni di crisi, e una sola caduta superiore al 10% in ciascuno. La volatilità scende al 4,3%. È un risultato che contrasta con l’immagine del Seicento come «secolo di ferro»: le grandi pesti del 1630 e del 1656 furono catastrofi demografiche, ma non produssero un’instabilità del reddito maggiore di quella del secolo precedente.
Il primo Ottocento riporta l’instabilità ai massimi. Tra il 1800 e il 1861 si contano quattro cadute oltre il 10% in appena 62 anni, più che in qualsiasi altro secolo in proporzione. Sono gli anni delle guerre rivoluzionarie e napoleoniche, delle requisizioni, del blocco continentale e delle carestie del 1815-17.
Le cinque grandi crisi
Alcuni episodi spiccano sopra tutti gli altri. Il peggiore in assoluto è il triennio 1525-28. Nel 1525 il PIL pro capite italiano è di 1.463 dollari; nel 1528 è sceso a 993, un crollo del 32% in tre anni. Sono gli anni della battaglia di Pavia, del sacco di Roma del 1527, della peste e della carestia che seguirono, delle campagne militari che attraversarono Lombardia, Toscana e Mezzogiorno. Il rimbalzo è altrettanto violento: nel 1530 il reddito risale a 1.269 dollari, con l’aumento annuo più forte dell’intera serie (+23,7%).
Il secondo episodio è il 1537-39, quando il reddito perde quasi il 22% in due anni; il 1539 da solo registra un calo del 17,2%. Il terzo è il 1374, il singolo anno peggiore (-17,4%), in piena età delle pesti ricorrenti. Il reddito impiegò 21 anni per tornare al livello del 1373.
Gli ultimi due episodi appartengono all’età napoleonica. Tra il 1798 e il 1800 il PIL pro capite cade del 21,6% e tocca il minimo di tutta la serie, 918 dollari. Tra il 1809 e il 1811 perde un altro 21,5%. Pochi anni dopo, tra la fine delle guerre e la carestia legata all’«anno senza estate» del 1816, provocato dall’eruzione del vulcano Tambora, il reddito cade di nuovo per tre anni (-12,4% nel solo 1815), prima del rimbalzo del 1818 (+19,3%).
C’è anche una crisi lenta, meno spettacolare ma significativa. Tra il 1331 e il 1340 il PIL pro capite cala per nove anni consecutivi, da 1.459 a 1.139 dollari, la sequenza negativa più lunga della serie. È la crisi di sussistenza che precede la Peste Nera, in un’Italia sovrappopolata e colpita da carestie ripetute.
Nord e Sud: crisi diverse
Le serie del Centro-Nord e del Mezzogiorno permettono di vedere se le crisi colpissero tutta la penisola insieme. La risposta è: solo in parte. La correlazione tra le variazioni annue delle due aree è appena 0,34. In 208 anni su 533, quasi quattro su dieci, il reddito saliva in un’area e scendeva nell’altra.
Le peggiori crisi sono infatti diverse. Al Nord gli anni più neri sono il 1374 (-21,7%), il 1526 e il 1432 (circa -19%) e il 1799 (-18,4%). Al Sud il peggiore è il 1497 (-24,8%), negli anni delle guerre seguite all’invasione francese del Regno, seguito dal 1810, dal 1591, l’anno di una grande carestia, e dal 1564. Le due Italie avevano raccolti, guerre e mercati in gran parte separati.
Il legame si rafforza però nel tempo. La correlazione sale a 0,44 nel periodo 1800-1861, il valore più alto della serie. Le guerre napoleoniche e poi la maggiore integrazione dei mercati del grano fecero sì che le crisi diventassero, sempre più spesso, crisi italiane.
Il breve e il lungo periodo
Un ultimo dato aiuta a capire la natura di queste crisi. Nel lungo periodo popolazione e reddito per abitante si muovono in direzioni opposte, secondo il meccanismo malthusiano. Ma da un anno all’altro il legame quasi scompare: la correlazione tra crescita della popolazione e crescita del PIL pro capite è di appena -0,06. Gli anni neri non dipendevano dal numero degli abitanti, ma da raccolti, guerre e prezzi. La demografia governava i secoli; il clima e la politica governavano gli anni.
Che cosa ci dicono questi numeri
L’Italia preindustriale non era soltanto più povera di oggi: era molto più insicura. Un reddito che poteva perdere un sesto del suo valore in un solo anno, e un terzo in tre, imponeva strategie di sopravvivenza che le medie secolari non mostrano: risparmio in natura, reti familiari, assistenza delle confraternite e annona cittadina.
Due cautele sono necessarie. Le serie annuali sono costruite in larga parte da salari e prezzi, che reagiscono in modo molto sensibile ai raccolti: una parte della volatilità può riflettere il metodo e gli errori di misura più che oscillazioni reali del prodotto. Inoltre i dati nazionali nascondono crisi locali anche più gravi. Il quadro di fondo resta però chiaro: per cinque secoli la stabilità economica è stata un’eccezione, e il secolo più tranquillo non è stato quello più ricco, ma il Seicento.
Fonte dei dati: Federico G., Nuvolari A., Ridolfi L., Vasta M., «Italy’s long-term economic performance: GDP estimates from 1300 to 1861», Economic History Review; dati di replica ICPSR 237682, versione 1.1 (foglio «GDPpc and population»). Variazioni annue calcolate sulle serie annuali del PIL pro capite di Italia, Centro-Nord e Sud.
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