
Cosa rimane dopo le proteste, i tafferugli e gli assalti ai negozi delle ultime settimane? Rimane la traccia indelebile e la registrazione digitale di milioni di immagini sparse nel web. Finito l’attivismo in strada e in città, rimane l’attivismo performativo sui social network, una forma deviata e deviante che rappresenta una delle contraddizioni più profonde della modernità digitale: la trasformazione della solidarietà in un bene di consumo e della causa politica in uno strumento di autopromozione. Nell’ecosistema dei media digitali, l’adesione a una battaglia sociale (sia essa il femminismo, l’antirazzismo o la giustizia climatica) viene spesso ridotta a un tweet, a una storia di ventiquattr’ore o a un video sul profilo. Questo fenomeno, pur avendo il merito di democratizzare l’accesso alle informazioni, rischia però di svuotare l’impegno politico della sua carica sovversiva, riducendolo a pura estetica. Per comprendere la complessità di questa dinamica, è necessario avvalersi di strumenti di analisi in grado di superare la superficie e l’emozione di un feed. L’attivismo performativo attraverso i social si riferisce a quelle forme di supporto superficiali verso cause sociali o politiche, messe in atto principalmente per migliorare la propria immagine o aumentare il proprio capitale sociale, anziché per un reale coinvolgimento nella causa. Il fenomeno si manifesta molto spesso tramite la condivisione di hashtag, infografiche o filtri temporanei, senza che a ciò seguano azioni concrete o un reale approfondimento del problema.

L’attivismo digitale si muove costantemente infatti su un filo sottile, in costante equilibrio tra la sensibilizzazione reale e la pura esibizione frutto di pressione sociale e tirannia dell’immagine. Molti utenti condividono contenuti sensibili spinti dal timore dell’alienazione sociale o dal desiderio di conformarsi alle tendenze del momento, trasformando i feed in veri e propri palcoscenici. Dall’altra parte a onor del vero c’è un forte aumento della consapevolezza grazie alla pervasività delle piattaforme social in grado di scatenare un forte potenziale politico e amplificare le voci storicamente marginalizzate. così da far circolare informazioni educative che altrimenti non raggiungerebbero il grande pubblico. Tra queste due componenti vi è il rischio concreto che quando la condivisione online sostituisce completamente il lavoro sul campo, si offre all’utente l’illusione di aver contribuito al cambiamento sociale solo premendo un tasto. La contraddizione de facto è confermata del resto da un processo di evoluzione ipertecnologica di dinamiche relazionali già spiegate da Goffman (La vita quotidiana come rappresentazione), in cui oggi i social network appaiono la ribalta assoluta e l’attivismo diventa così una forma di capitale sociale. Nell’epoca di Instagram e TikTok, la protesta dunque non si fa per sovvertire un sistema, ma per produrre un’immagine della protesta. Il conflitto politico viene digerito dal capitalismo digitale, trasformato in trend e monetizzato dalle piattaforme attraverso l’algoritmo del coinvolgimento (engagement).

L’involucro in cui risiede l’attivismo digitale può essere decostruito ricorrendo alle parole e alle tesi di Baudrilalrd, secondo cui la nostra società ha sostituito la realtà con i suoi segni e i suoi simulacri.
L’attivismo performativo è un perfetto esempio di iperrealtà: il segno (l’hashtag o l’infografica esteticamente curata) non rimanda più a un’azione reale o a un corpo politico che scende in piazza, ma rimanda solo ad altri segni.
La condivisione diventa un rito auto-referenziale che esaurisce in se stesso l’istanza politica.
L’homo digitalis come soggetto isolato, trasforma l’attivismo di strada in un attivismo da tastiera (o forse lo confonde), un attivismo “comodo”, privo di rischio politico, di sacrificio e di corpo.
Un’adesione estetica che Han definì parte della “società del mi piace”, dove l’istanza radicale viene smussata per non disturbare il flusso del consumo. La circolazione delle idee in rete ha una forza divulgativa senza precedenti storici. Tuttavia, il rischio è la paralisi dell’azione. Quando l’indignazione morale si esaurisce nel click, la coscienza si mette a tacere a buon mercato. Perché l’attivismo torni a essere politico, deve riscoprire la dimensione descritta da Karl Marx nelle sue Tesi su Feuerbach: “I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di cambiarlo”. Applicato all’oggi, l’invito è chiaro: smettere di fotografare il mondo che cambia sullo schermo, e ricominciare a trasformarlo nella prassi della realtà.
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