Nel 1980 si costituì il “pool” antimafia tra Magistrati e Forze di Polizia, al fine di evitare la dispersione delle informazioni tra i singoli giudici impegnati in indagini e processi di mafia e permettere il coordinarsi nella lotta al comune nemico.
In quel gruppo emersero naturalmente i talenti di Falcone e Borsellino, dotati di “grande intelligenza, grandissima memoria e grande capacità di lavoro”, come fu affermato da un loro estimatore.

Nel 1982 venne creato il reato specifico di associazione mafiosa (art. 416 bis cod. pen.)che il pool avrebbe utilizzato per ampliare le investigazioni sul fronte bancario, e per tracciare i movimenti dei capitali riciclati anche nelle aree del Settentrione. Nel 1991 Paolo Borsellino – già Procuratore a Marsala – chiese di tornare a Palermo, seppure in veste di Procuratore aggiunto. La mafia lo aveva condannato a morte sin dal settembre di quell’anno, ma l’interessato, che pure era a conoscenza del piano criminale, non si rattenne dal suo impegno per l’affermazione del diritto, vissuto con dedizione quasi missionaria.
Dopo l’assassinio del collega-fratello Giovanni Falcone, avvenuto il 23 maggio 1992, disse:.« ricordo ciò che mi disse Ninni Cassarà allorché ci stavamo recando assieme sul luogo dove era stato ucciso il dottor Montana alla fine del luglio1985: convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano”». Nell’ultima sua intervista ad un giornale, Borsellino parlò lucidamente dei legami tra la mafia e l’ambiente industriale milanese e del Nord Italia in genere.
Il 19 luglio 1992 una carica di tritolo lo uccise con 5 agenti della scorta, e cinque giorni dopo, ai funerali religiosi, Antonino Caponnetto, l’anziano magistrato cha aveva guidato l’ufficio di Falcone e Borsellino, disse. «Caro Paolo, la lotta che hai sostenuto dovrà diventare e diventerà la lotta di ciascuno di noi»

Esattamente un anno dopo, il 15 settembre 1993, al compimento dei 56 anni, venne assassinato dalla mafia don Pino Puglisi, che nel ventennale dal tragico evento assurse alla gloria degli Altari, essendo stato proclamato Beato il25 maggio 2013 a Palermo, con una cerimonia presieduta dal cardinale Salvatore De Giorgi su mandato di Papa Francesco.
Visse la sua missione morale e civile, come professore in numerose scuole della Sicilia e, come sacerdote nelle parrocchie, mirando in entrambi i campi a formare coscienze di buoni cittadini e di buoni cristiani, al fine di promuovere il rispetto della persona umana, della dignità , della vita e della giustizia.
La sua attività pastorale non si fermò alla cattedra o al pulpito, poiché volle scendere nelle strade in prima linea, in mezzo alla gente dei quartieri più degradati ed a più alta densità criminale, come il Brancaccio di Palermo. attivandosi presso le autorità locali per ottenere i servizi primari ivi mancanti. Se ciò gli valse la crescente ammirazione della gente comune, per converso accrebbe a dismisura l’odio dei boss locali, che videro in lui un pericoloso ‘eversore’ dell’illegalità da lungo tempo assurta a collaudato sistema di potere ‘autogestito’. Ne era ben consapevole, ma continuò la sua opera come un coraggioso agnello che non temeva il branco di lupi vigliacchi pronti a sbranarlo.
Il suo apostolato fu indirizzato principalmente ai giovani, per sottrarli alle lusinghe della criminalità organizzata, dotata di un sinistro fascino nel mito di un’ostentata potenza e nel miraggio offerto di facili e disonesti guadagni, vieppiù attraente per quanti erano sbandati, senza cultura, senza lavoro. Tanti ne sottrasse alla strada ed all’avvenire di manovalanza del crimine, pagandone il prezzo finale come “Martire in odium fidei“,vale a dire in disprezzo della fede da parte di coloro che, pochi mesi prima ( 9 maggio del 1993), avevano ricevuto questo severo monito da Giovanni Paolo II nella piana dei templi di Agrigento: “convertitevi, un giorno verrà il giudizio di Dio” . Neanche la minaccia del divino castigo rattenne quei criminali che si erano fatti di Dio una loro deformata immagine, a loro uso e consumo.

E’ sicuro che il movente più immediato dell’ invettiva papale, era stato l’incontro avvenuto poco prima con i genitori del ‘giudice ragazzino Rosario Livatino’, ucciso dalla Stidda il 21 settembre 1990, proclamato beato il 9 maggio 2021 ad Agrigento, riconosciuto come martire in odium fidei (ucciso in odio alla fede), ed il 7 ottobre 2026 ufficialmente dichiarato patrono dei magistrati italiani.
Oggi più che mai i giovani , sono chiamati a raccogliere l’eredità morale e civile di Livatino, Falcone, Borsellino , don Puglisi, e di tanti altri martiri noti e meno noti della legalità- primi fra tutti gli uomini delle scorte- onde non disperderne e vanificarne il sacrificio. Ciò anche nella consapevolezza che la Cultura, nel cui ambito va ricondotta quella della legalità, non è un mero apprendimento di nozioni, ma una palestra di discernimento e, quindi, di libertà e di democrazia.
Già nella Grecia classica la scuola non mirava tanto ad avviare ad una data professione, quanto a formare degli uomini liberi ed in grado di operare scelte consapevoli, una volta divenuti cittadini adulti. Scopo dell’opera educativa dello Stato era quello di assicurare ad ogni cittadino il predominio assoluto della ragione e di sollecitare dall’interno di ciascuna coscienza quella verità innata che ognuno portava con sé fin dal momento della nascita.
Nel ‘500, non solo nel Protestantesimo, furono fervide le iniziative in favore della scuola, poiché anche il mondo cattolico vide impegnati in tale ambito vari ordini religiosi, nel comune intendimento di raccogliere i giovani sbandati e senza famiglia, al fine precipuo di combattere l’analfabetismo, l’ignoranza e la criminalità, seguendo gli allievi dentro e fuori dalle aule.
Nell’800 lo Stato affermò come propria competenza fondamentale quella della alfabetizzazione delle masse, primo passo per un’ulteriore crescita dell’ istruzione, che – sono parole del Romagnosi- mai avrebbe dovuto rendere l’allievo “addottrinato”, bensì avrebbe dovuto spingerlo a ragionare, in una sorta di palestra mentale dove veniva promosso l’esercizio dei poteri intellettivi dell’alunno: era la cosiddetta “istruzione educante”.
Conseguita l’Unità d’Italia, uno degli obiettivi prioritari del nuovo Regno fu la lotta all’analfabetismo in virtù della quale si affermò il principio della gratuità e della pubblicità dell’insegnamento elementare.
La nostra Costituzione (27.12.1947) andò oltre gli schemi dello Stato di diritto, proiettandosi nella configurazione dello Stato sociale, non limitandosi cioè a dettare delle regole valide per tutti, ma promuovendo lo sviluppo della personalità di ogni cittadino proprio tramite la cultura, rimuovendo così gli ostacoli che ne impedivano la reale partecipazione alla vita civile e, quindi, la realizzazione di una democrazia compiuta e non meramente formale.
Oggi destinare risorse economiche ad una cultura, non autoreferenziale e truffaldinamente fabbrica di illusioni, torna utile anche per prevenire che l’abbandono totale o parziale della scuola, chiamata rafforzare il suo impegno educativo, possa portare a forme estreme di “disagio giovanile” (parola forse fin troppo eufemistica), che vanno dall’uso allo spaccio di droga, sino a forme di vera e propria delinquenza organizzata, magari anche a sfondo razziale. Prevenire costa assai meno che investire in nuove carceri o nel presidio armato dell’intero territorio nazionale, che può valere come deterrente al crimine nel breve periodo, ma non può certo divenire una misura “strutturale”.
Va altresì evidenziato, sotto il profilo della responsabilità penale in merito ad un crimine commesso, che i procedimenti neuronali sono influenzati dalla cultura e dall’educazione ricevute, che ci permettono di capire meglio le ragioni per compiere o meno una data azione. Il vivere consociativo è fondamentale, a sua volta, per poter recepire i valori condivisi dalla collettività e quelli dalla stessa rifiutati come disvalori. L’individuo – in estrema sintesi- ha bisogno di realizzarsi non come monade isolata, bensì come zoon politikon (animale politico),per crescere e svilupparsi non solo sotto il profilo del sapere, ma anche sotto quello biologico. Tornare ad investire in cultura, significa camminare sul tracciato delineato nel secolo scorso dal Carnelutti nella prospettiva della società ideale da lui vagheggiata, che era quella di un consorzio dove sarebbe bastata la spontanea adesione alla comune morale naturale per vivere armoniosamente; ma poiché nel tempo breve la conflittualità di interessi non poteva risolversi con l’elevata coscienza morale dell’umanità intera, ecco che doveva intervenire con la forza delle proprie sanzioni il diritto, che, secondo la testuale definizione del Carnelutti medesimo “è un surrogato della libertà e ,surrogandola, la sopprime (…). Il diritto c’è sempre stato perché l’umanità, dopo la caduta, ha dovuto cominciare dal basso, ma non sempre ci sarà, perché procede verso l’alto. Man mano che l’ordine etico va acquistando la sua forza, il diritto perde a poco a poco la sua ragione. Noi abbiamo, d’altra parte, dei mezzi per ottenere questo rafforzamento. L’estrema lentezza dei risultati non deve scoraggiarci. Noi lavoriamo per i secoli futuri”.
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