L’incontro tra le voci poetiche di Wisława Szymborska, premio Nobel per la letteratura e una delle voci più acute della poesia del Novecento, e Giusy Santangelo, poetessa contemporanea attenta alle dinamiche urbane e alle esistenze che vi si muovono, offre un’occasione di riflessione sul rapporto tra il tempo, la realtà e la percezione dell’individuo.
Szymborska, con la sua ironia e il suo sguardo lucido, si interroga sul concetto stesso di rappresentazione e memoria. In Gente sul ponte, la scena dipinta da Hiroshige Utagawa diventa il pretesto per riflettere sulla nostra illusione di fissare il tempo, quando in realtà esso ci sfugge e ci condanna a una corsa senza fine. La sua poesia gioca sul contrasto tra il movimento apparente e l’immobilità reale, tra la percezione soggettiva e l’inesorabile scorrere del tempo. Il linguaggio, sospeso tra ironia e malinconia, mette in discussione la nostra pretesa di fermare l’attimo e comprendere il mondo con uno sguardo definitivo.
Dall’altra parte, Santangelo si muove in un contesto più concreto e quotidiano, dove le “vite riflesse” sulle vetrine raccontano storie di passaggio, di solitudine e di ricerca di senso. I suoi versi brevi e incisivi descrivono un paesaggio urbano segnato da impronte anonime, da destini che si sfiorano senza mai incontrarsi davvero. Qui il tempo non è fermato dall’arte, ma è impresso nei passi delle donne sui marciapiedi, nella precarietà delle esistenze che si consumano nei luoghi della città. La poetessa non congela il movimento, ma lo osserva con partecipazione, sentendolo addosso, quasi come una traccia che le resta sulla pelle.
Il confronto tra le due poetesse diventa allora il pretesto per indagare il rapporto tra il soggetto e il mondo, tra la fissità e la mutevolezza, tra il tempo sospeso e il tempo vissuto. Szymborska osserva con distacco critico il tentativo umano di catturare l’attimo, mentre Santangelo lo coglie nel suo divenire, lasciando che il lettore si immerga in un presente in cui la vita si rifrange in mille frammenti. Due prospettive diverse, ma accomunate dalla stessa tensione: quella di dare forma all’effimero e voce a ciò che spesso resta invisibile.
Wisława Szymborska

Una delle voci più incisive e raffinate della poesia del Novecento, Wisława Szymborska ha saputo coniugare profondità filosofica e ironia, riflessione esistenziale e leggerezza espressiva. Nata a Prowent, nei pressi di Kórnik, nel 1923 e scomparsa nel 2012, la poetessa polacca ha attraversato con la sua scrittura le grandi trasformazioni del secolo scorso, mantenendo uno sguardo lucido e disincantato sulla condizione umana.
Premio Nobel per la Letteratura nel 1996, la sua opera si distingue per una straordinaria capacità di osservazione, che si traduce in un linguaggio preciso, essenziale, ma denso di significato. Nei suoi versi, la Szymborska esplora il rapporto tra il tempo e l’esistenza, tra l’individuo e la Storia, tra la realtà e la percezione soggettiva, spesso con un tono apparentemente colloquiale che nasconde una profondità vertiginosa.
Tra le sue raccolte più celebri si annoverano “Grande Numero” (1976), “Gente sul ponte” (1986) e “Attimo” (2002), opere in cui il suo sguardo si posa sulle minuzie del quotidiano per aprire squarci di riflessione universale. La sua poesia, caratterizzata da un’eleganza formale e da una sensibilità ironica, si è imposta nel panorama letterario mondiale come un esempio raro di equilibrio tra pensiero e immagine, tra emozione e distacco critico.
Con la sua scrittura ha saputo dare voce al dubbio, all’assurdo e alla meraviglia, rivelando la complessità del mondo con una chiarezza disarmante e una leggerezza che non smette di interrogare e incantare i lettori di ogni generazione.
La scelta
“Gente sul ponte”, pubblicata da Scheiwiller nel 1996 con la traduzione di Pietro Marchesani, è un esempio emblematico di questa poetica. La poesia cattura un frammento di realtà e lo cristallizza in un’immagine che sfida il tempo, mettendo in discussione la percezione stessa del divenire. L’autrice osserva una scena apparentemente ordinaria – un ponte, una barca, la pioggia – e ne fa il pretesto per una riflessione più ampia sull’illusione del movimento e sulla fragilità della nostra esistenza di fronte alle leggi del tempo.
La sua scrittura si distingue per un equilibrio perfetto tra ironia e profondità, tra leggerezza apparente e domande esistenziali di grande peso. Con un linguaggio chiaro e una struttura narrativa che avvicina la poesia al racconto, la poetessa riesce a trasformare la quotidianità in una riflessione universale sulla condizione umana.
L’abilità della Szymborska sta nel rendere universale una scena che, a prima vista, potrebbe sembrare un semplice dipinto della quotidianità. La poesia suggerisce un mondo bloccato in un eterno presente, in cui l’illusione del movimento si scontra con l’immutabilità dell’immagine. Il riferimento al pittore giapponese Hiroshige sottolinea il legame tra arte e tempo: ciò che viene fissato sulla tela – o nei versi – sembra sottrarsi al fluire degli eventi, sfidando la caducità dell’esistenza umana.
Gente sul ponte
Strano pianeta e strana la gente che lo abita.
Sottostanno al tempo, ma non vogliono accettarlo.
Hanno modi per esprimere la loro protesta.
Fanno quadretti, ad esempio questo:
A un primo sguardo nulla di particolare.
Si vede uno specchio d’acqua.
Si vede una delle sue sponde.
Si vede una barchetta che s’affatica.
Si vede un ponte sull’acqua e gente sul ponte.
La gente affretta visibilmente il passo
perché da una nuvola scura la pioggia
ha appena cominciato a scrosciare.
Il fatto è che poi non accade nulla.
La nuvola non muta colore né forma.
La pioggia né aumenta né smette.
La barchetta naviga immobile.
La gente sul ponte corre proprio
là dov’era un attimo prima.
È difficile esimersi qui da un commento.
Il quadretto non è affatto innocente.
Qui il tempo è stato fermato.
Non si è più tenuto conto delle sue leggi.
Lo si è privato dell’influsso sul corso degli eventi.
Lo si è ignorato e offeso.
A causa d’un ribelle,
un tale Hiroshige Utagawa
(un essere che del resto
da un pezzo, e come è giusto, è scomparso),
il tempo è inciampato e caduto.
Forse non è che una burla innocua,
uno scherzo della portata di solo qualche galassia,
tuttavia a ogni buon conto
aggiungiamo quanto segue:
Qui è bon ton
apprezzare molto questo quadretto,
ammirarlo e commuoversene da generazioni.
Per alcuni non basta neanche questo.
Sentono perfino il fruscio della pioggia,
sentono il freddo delle gocce sul collo e sul dorso,
guardano il ponte e la gente
come se là vedessero se stessi,
in quella stessa corsa che non finisce mai
per una strada senza fine, sempre da percorrere,
e credono nella loro arroganza
che sia davvero così.
Questa riflessione sulla sospensione temporale, sulla fragilità della memoria e sull’illusione del cambiamento è centrale nella poetica di Szymborska. Con il suo sguardo ironico ma sempre empatico, l’autrice ci invita a riconoscere la nostra precarietà e, al tempo stesso, a trovare una forma di bellezza nell’atto stesso di osservare e di fermare l’istante. “Gente sul ponte” è quindi molto più di una semplice descrizione: è una meditazione sulla nostra incapacità di accettare il passare del tempo, un monito sulla nostra corsa incessante verso qualcosa che, forse, non potremo mai realmente afferrare.
Giusy Santangelo

Poetessa siciliana originaria di Sant’Angelo di Brolo, è una voce sensibile e raffinata nel panorama poetico contemporaneo. Docente di scuola primaria, ha iniziato a dedicarsi alla scrittura poetica da circa un decennio, affinando uno stile che unisce delicatezza espressiva e profondità di sguardo.
La sua poesia nasce dall’osservazione attenta della natura, dall’introspezione e dall’esperienza emotiva, trasformandosi in un dialogo aperto con il lettore. Nei suoi versi, il mondo naturale diventa specchio del sentire umano, mentre sogni, memorie e riflessioni si intrecciano in un racconto lirico che non offre risposte definitive, ma invita alla meditazione sul senso della vita.
Accanto alla dimensione intimista, la sua scrittura affronta anche tematiche sociali, mantenendo sempre un tono misurato e armonioso. Finora ha pubblicato due raccolte poetiche, I moti del cuore e Fiori sparsi, opere in cui emerge la sua capacità di restituire emozioni universali con autenticità e grazia.
La scelta
I versi invitano a riflettere sulla condizione umana attraverso uno sguardo sensibile e attento ai dettagli della vita quotidiana. In Vite riflesse, la poetessa esamina le storie silenziose che si intrecciano in ogni angolo della città, dove le strade, i marciapiedi e gli oggetti quotidiani diventano testimoni delle esistenze degli altri. Il suo linguaggio intimo e il suo stile visivo portano il lettore a vedere non solo ciò che è visibile ma anche a percepire l’invisibile dolore, la solitudine e la ricerca di senso che animano ogni individuo.
Giusy Santangelo non si limita a osservare la realtà esterna, ma riesce a trasmettere un senso di partecipazione emotiva, di vicinanza a chi vive nel mondo che le circonda. I “cuori all’angolo” e le “vite segnate” sugli asfalti sono immagini potenti che ci richiamano alla fragilità e alla solitudine dell’essere umano, ma anche alla ricerca di un significato, di un amore, o di un oblio che ci consenta di andare avanti. C’è una tensione tra il desiderio di connessione e la consapevolezza di essere irrimediabilmente separati.
Vite riflesse
Strade calpestate
dalla storia di ciascuno
vite diverse
riflesse sulle vetrine.
Marciapiedi usurati
da donne con i tacchi a spillo
e con il cuore all’angolo.
Vite segnate
sugli asfalti
vite strette
su panchine di solitudine.
Vite che ingoiano dolore
solitarie alla ricerca d’amore
di oblio dei giorni vissuti.
Vite che mi passano accanto
che sento addosso.
In questo testo, la poetessa ci accompagna in un percorso che non offre soluzioni facili, ma stimola la riflessione. Ogni “vita riflessa” sulle vetrine o ogni “panchina di solitudine” diventa una traccia, una metafora della condizione umana, che giace nascosta nei gesti più banali della quotidianità. La poesia di Giusy Santangelo non è mai solo descrittiva; è una ricerca che ci invita a sentire e ad ascoltare non solo con gli occhi, ma anche con l’anima, le storie di chi ci passa accanto, magari senza che ce ne accorgiamo.
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