William Blake guarda una mosca che una mano ha appena scacciato. È un fatto da niente, ma in La mosca basta per pensare alla vita dell’uomo. L’insetto giocava nell’aria. Anche chi parla danza, beve e canta. Poi può arrivare una «mano cieca» e interrompere tutto.
La domanda arriva quasi subito: «Non sono forse anch’io / una mosca come te?». Blake non cerca una risposta complicata. Uomo e mosca sono vivi e possono morire. Per questo, negli ultimi versi, perfino la morte viene detta senza paura. La piccola creatura incontrata per caso finisce così per somigliare a chi la osserva.
Ne I rampicanti di Graziella Pasini compaiono invece gli artisti. Dipingono un fiore, lavorano la materia, cantano, recitano. Vogliono lasciare qualcosa che duri. Ma la poesia non li mette su un piedistallo. Li chiama «rampicanti» e li lascia in mezzo al canto dei grilli e alle rane che saltano nello stagno.
È proprio questa immagine a dire molto di loro. Un rampicante cresce attaccandosi a ciò che trova. Gli artisti della poesia sembrano avere la stessa ostinazione. Sopportano i «forse» e continuano a cercare quella che chiamano «eterna bellezza». Anche le piume che rivestono il loro animo fanno pensare a qualcosa di leggero, poco protetto.
Blake arriva alla fragilità dell’uomo partendo da un’ala che una mano può spazzare via. Pasini arriva agli artisti passando per piante, piume, grilli e rane. Sono poesie lontane per epoca e argomento. Eppure entrambe scelgono cose piccole per parlare di ciò che l’uomo cerca mentre è vivo. Blake lascia una mosca davanti alla morte. Pasini lascia i suoi «rampicanti» ancora aggrappati alla bellezza.
William Blake

Nacque nel 1757 a Londra, in una famiglia di modeste condizioni. Il padre vendeva calze e tessuti. Blake frequentò poco la scuola tradizionale, ma mostrò presto interesse per il disegno e la poesia. Studiò arte e, ancora giovane, iniziò a lavorare come incisore, mestiere che avrebbe accompagnato per tutta la vita.
Nel 1782 sposò Catherine Boucher, che gli rimase accanto fino alla morte e collaborò anche alla stampa delle sue opere. Blake scriveva poesie, realizzava incisioni e spesso univa testo e immagine nella stessa pagina. Nel 1789 pubblicò Songs of Innocence (Canti dell’innocenza), seguito nel 1794 da Songs of Experience (Canti dell’esperienza), dove comparve anche The Fly (La mosca).
Le sue poesie parlano spesso di infanzia, libertà, religione, ingiustizia e rapporto tra uomo e natura. Usava un linguaggio apparentemente semplice, ma dietro immagini come animali, alberi, bambini o città nascondeva spesso idee più complesse. Durante la vita non ebbe grande successo e fu considerato da molti un autore eccentrico.
Blake continuò a scrivere, disegnare e incidere fino agli ultimi anni. Morì a Londra nel 1827, a sessantanove anni. Solo dopo la morte la sua opera fu rivalutata e oggi è considerato uno dei maggiori poeti e artisti inglesi tra Settecento e Ottocento.
La scelta
In La mosca Blake guarda un insetto che una mano ha appena scacciato. La scena dura pochissimo. Eppure da lì nasce tutto. Il poeta si chiede se la sua vita sia davvero tanto diversa da quella della mosca. «Non sono forse anch’io / una mosca come te?» è la domanda che regge la poesia.
Blake non costruisce immagini complicate. Scrive che l’uomo danza, beve e canta. Poi basta una «mano cieca» perché tutto possa finire. È una frase semplice, quasi brusca. Proprio per questo resta impressa.
La mosca
Piccola mosca,
il tuo gioco d’estate
la mia mano distratta
ha spazzato via.
Non sono forse anch’io
una mosca come te?
O non sei forse tu
un uomo come me?
Perché io danzo,
bevo e canto,
finché una mano cieca
non spazzerà via la mia ala.
Se il pensiero è vita,
forza e respiro,
e la mancanza
di pensiero è morte,
allora io sono
una mosca felice,
se vivo
o se muoio.
Alla fine Blake non insiste sulla paura. Fa quasi il contrario. Se il pensiero coincide con la vita, allora essere vivi basta. La mosca diventa così il modo più semplice per parlare dell’uomo, senza grandi discorsi e senza spiegare tutto.
Graziella Pasini

Nata ad Albinea, in provincia di Reggio Emilia, nel 1958, vive dall’età di cinque anni a Quattro Castella. Il paesaggio collinare, il verde e i castelli del territorio compaiono spesso nella sua scrittura. Ha iniziato molto presto a comporre racconti e poesie, continuando a scrivere anche negli anni dedicati al lavoro e alla famiglia.
Dopo il pensionamento, nel 2017, ha ripreso con maggiore continuità l’attività letteraria. Dal 2018 partecipa a concorsi nazionali e internazionali, ottenendo riconoscimenti e pubblicando testi in antologie e riviste. Nelle sue opere ricorrono temi come il rispetto, i desideri, la pace e il rapporto con l’ambiente.
Ha pubblicato le raccolte poetiche Non serve un perché (2019), Ora e nell’ora del rispetto (2020), I desideri sono uova (2021), Iride luminosa (2023) e l’e-book bilingue Grazie di cuore – Merci de tout coeur (2026). Nel 2024 è uscito anche il suo romanzo d’esordio, Mnemoniche visioni.
Negli ultimi anni ha ripreso anche la pittura, partecipando a esposizioni e pubblicazioni dedicate all’arte. Scrittura e pittura restano così le due attività che porta avanti con maggiore continuità.
La scelta
In I rampicanti Graziella Pasini parla degli artisti partendo da gesti molto concreti. Dipingono un fiore, lavorano la materia, cantano, recitano. Cercano di creare qualcosa che possa restare. Nei primi versi compare subito questa idea: «dipingiamo un fiore / rendendolo immortale».
Poi il tono cambia. Gli artisti diventano «rampicanti». L’immagine è insolita, ma dice bene la loro ostinazione. Crescono cercando un appoggio, continuano anche dentro i dubbi. Per questo hanno un animo «rivestito di piume», quasi a proteggersi e a «sopportare meglio i forse».
I rampicanti
Noi artisti dipingiamo un fiore
rendendolo immortale,
plasmiamo la materia
creando fra le dita,
aspiriamo a lenti benevole
sulle nostre opere,
cantiamo cantilene
dai tempi che furono,
recitiamo brighe in più atti.
Noi rampicanti
dall’animo vagamente assente
rivestito di piume per
sopportare meglio i forse,
esercito immobile al
canto dei grilli,
che squadra le rane
saltellare nello stagno,
intestarditi come siamo
sull’eterna bellezza,
non conosciamo altro,
spatoliamo
di un’indolore guerra
e d’attergata pace.
Nella parte finale restano la bellezza e il lavoro dell’artista. Pasini usa il verbo «spatoliamo», che riporta subito alla pittura. Accanto mette una «indolore guerra» e una «attergata pace». Sono immagini opposte. Fanno pensare a chi crea, lotta con quello che ha davanti e continua comunque, anche senza sapere bene dove arriverà.
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