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SIBILLA ALERAMO – Quando la Società Preferisce non Vedere

Qualche sera fa, scorrendo distrattamente il web, mi sono imbattuta in un trafiletto relegato in fondo a una pagina.

Un nome: Sibilla Aleramo.

Scrittrice del Novecento. Non l’avevo mai incontrata, mai. Eppure studio, leggo, mi interesso. Com’è possibile che una figura così cruciale mi fosse sfuggita?

Ho iniziato a cercare. E più cercavo, più avvertivo una rabbia fredda, lucida, che si depositava nello stomaco e non andava via.

A quindici anni Sibilla fu violentata da un impiegato del padre.

La famiglia la costrinse a sposarlo: lo chiamavano matrimonio riparatore, un eufemismo che mascherava la violenza sociale.

Quel marito la picchiava, le bruciava i fogli su cui scriveva, la imprigionava in una gabbia di doveri e silenzi. Lei tentò di essere una moglie devota, una madre irreprensibile.

Ma dentro di sé vedeva l’ombra di sua madre, Ernesta, morta in manicomio dopo una vita di sottomissione.

A trent’anni tentò il suicidio. Non morì. O forse sì: da quel giorno decise di uccidere la donna che la società pretendeva che fosse.

Lasciò il marito. Lasciò suo figlio, Walter.

Lo abbandonò per non impazzire.

E raccontò tutto in Una donna (1906), senza chiedere perdono, senza attenuanti.

Affermò che una madre può scegliere se stessa. Che l’amore materno non è un obbligo biologico, ma un atto libero.

E che a volte non scegliere significa morire.

Per questo l’hanno dimenticata.

Non perché non fosse talentuosa. Non perché non abbia scritto opere importanti. Nonostante il Premio Viareggio ricevuto nel 1948, Sibilla Aleramo è stata rimossa perché scomoda. Perché racconta ciò che fa male. Perché mette il dito nella piaga che continuiamo a ignorare: la violenza sulle donne non è solo lo schiaffo del marito ubriaco, ma anche il consenso sociale che ti dice “sposalo, ormai sei rovinata”. È lo sguardo dei vicini che giudicano la madre che se ne va. È il professore che sceglie Pirandello e liquida Sibilla come “autrice minore”.

La verità è che non vogliamo riflettere. Non vogliamo capire. Perché capire significherebbe mettere in discussione tutto: la famiglia tradizionale, il sacrificio femminile, l’idea che una donna debba essere accogliente, docile, pronta a dissolversi per amore. Sibilla Aleramo non era nulla di tutto questo. Era una donna libera, e la libertà femminile non è mai stata popolare.

Amò molto e male. Dino Campana la picchiava, eppure le scriveva poesie splendide. E lei restava, come restano anche le donne più lucide, più colte, più consapevoli. Frequentò Boccioni, D’Annunzio, Quasimodo. Firmò il manifesto antifascista. Fu arrestata. Visse senza chiedere il permesso a nessuno. E quando morì, nel 1960, molti tirarono un sospiro di sollievo: un’altra voce scomoda era finalmente silenziata.

Oggi penso a tutte le Sibilla che non conosciamo. A quante donne sono state cancellate dai programmi scolastici, dalle antologie, dalla memoria collettiva, perché la loro sola esistenza è una condanna. Condanna per i padri che hanno coperto violenze. Per i mariti che hanno picchiato. Per una società intera che preferisce voltarsi dall’altra parte piuttosto che guardare l’orrore negli occhi.

Io non l’avevo mai sentita nominare. Ora so perché. E provo vergogna. Non per la mia ignoranza, ma per vivere in un Paese dove il silenzio è ancora la risposta più comoda.

Sibilla Aleramo meritava di essere letta, discussa, portata in piazza. Invece l’abbiamo sepolta in un trafiletto in fondo a una pagina web. E questo non è oblio. È complicità.

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Letizia Caiazzo

Data:

18 Giugno 2026