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LA FINE DELLA DEMOCRAZIA LIBERALE

Essere liberi e agire sono la stessa cosa“, ha scritto Arendt ne ‘La condizione umana’. La storia si dispiega solo attraverso colpi di scena.

Stiamo vivendo un momento di grande espansione populista, reso più profondo e drammatico dal delirio di onnipotenza di un presidente come Trump, dalle tensioni scatenate dalle mire espansionistiche di autocrati come Putin e lo stesso Trump, dalle guerre e dai conflitti che si avvicendano alle frontiere delle poche democrazie su cui il mondo libero può ancora contare.

Questo populismo di destra quando non di estrema destra che si esprime attraverso partiti e movimenti globali di delirio e tensione,  questo insieme di forze eterogenee sparse in tutto il mondo persegue un obiettivo comune: attuare una controriforma illiberale che ponga fine all’eredità dell’Illuminismo.

Indebolite e confuse dagli stravolgimenti in corso, le forze democratiche assistono all’attacco del diritto internazionale ed alla negazione dei diritti umani e sociali fondamentali, come quelli verso i migranti e la parte più debole della popolazione.

La teoria dell’eterno ritorno sembra aver inghiottito le ingenue previsioni di una vittoria “definitiva” della democrazia liberale, “la fine della storia”, come aveva preconizzato non senza ingenuità,  Francis Fukuyama, e delle speranze suscitate dalla caduta del Muro di Berlino.

Eppure, in pochi decenni, la tendenza attuale ha rovesciato quella previsione,  attraverso un presidente populista e istrionico e alla sua maniera messianico come Trump che, come e più dei suoi imitatori,  mente spudoratamente, ignora completamente il principio di contraddizione e colonizza e calpesta, una per una, ogni istituzione.

Ma che cosa ci ha portato fino a qui? L’incontrollata avidità di alcuni dirigenti bancari nel 2007 fece esplodere una devastante crisi internazionale. Nelle acque agitate della crisi finanziaria ed economica, il populismo iniziò a consolidarsi come fenomeno globale, adottando in ogni paese la forma e il quadro ideologico necessari per affermarsi. Viviamo un’epoca di inflazione morale, sovraccarico ideologico, atteggiamenti esagerati.

Ciò nonostante, nel 2015 i ripetuti avvertimenti da parte della comunità scientifica portarono all’Accordo di Parigi per affrontare uno dei problemi più urgenti del nostro tempo: il riscaldamento globale. Nello stesso anno, alle Nazioni Unite furono firmati gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, che, ispirati agli ideali illuministi di Kant, affrontavano questioni cruciali per la democrazia liberale: pari opportunità, istruzione, ambiente, salute, uguaglianza di genere e così via.

Nelle società aperte che aspiravano a questi lodevoli obiettivi, tuttavia, iniziò a formarsi un effetto bolla attorno alla sostenibilità. Lo scoppio della guerra in Ucraina nel 2022 è stato un duro richiamo alla realtà per quell’Europa che predicava il Green Deal mentre comprava gas da un dittatore. Draghi ha poi sbattuto il pugno sul tavolo con un messaggio evidente: l’UE non può continuare a perdere competitività.

Il terreno fertile perfetto per un fenomeno già in atto è stata la cultura woke.  Una legione di puritani ha acceso i falò del politicamente corretto e della cancel culture. Ed è così che siamo arrivati fino ad oggi, quando assistiamo attoniti, confusi e indignati a ciò che Trump sta perseguendo: distruggere il vecchio ordine mondiale, basato sulle regole, sul diritto internazionale, sulla diplomazia per dirimere le controversie.

La concentrazione  della superstruttura ideologica dell’imperialismo nordamericano nella mani di Trump sta stravolgendo le regole della NATO, come alleanza difensiva e non offensiva, che ha tentato in questi anni di porre un argine alle pretese russe di conquistare l’Ucraina in una guerra che è in corso dal 2022. A questo bisogna aggiungere il genocidio e la pulizia etnica che continua a praticare in totale impunità il regime razzista israeliano, in parte protetta dalle democrazie occidentali, molte delle quali in  preda a quelle forze populiste di cui parlavamo all’inizio, nell’indebolimento dei processi elettorali e dei parlamenti dei singoli paesi con la concentrazione del potere nelle mani dell’esecutivo. Basta pensare alla democrazia illiberale di Viktor Orban e a governi deliberatamente antidemocratici come quello in Bielorussia.

Nell’’attacco degli Stati Uniti alla Repubblica Bolivariana del Venezuela preceduto dal bombardamento di Caracas che ha ucciso più di 80 persone e ha colpito quasi 500  case della zona di Forte Tiuna, ad essere portato in manette negli Stati Uniti è stato solo il presidente Nicolás Maduro Moros e la moglie Cilia Flores, deputata dell’Asamblea Nacional, mentre il resto del regime è rimasto intatto.  Mentre l’inquilino della Casa Bianca pubblicava nella sua rete sociale Truth un post dove si definiva come “Presidente in esercizio del Venezuela”, Trump ha intrapreso un viaggio nel mondo hobessiano del primato del più forte e dell’indifferenza verso la democrazia, senza che si possano prevedere i limiti.

I prossimi anni non saranno facili e, all’inizio del 2026, una domanda cruciale è in bilico: riusciremo a salvare la democrazia liberale?

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Gabriella Bianco

Data:

30 Luglio 2026
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