Il confronto tra Giosuè Carducci e Cinzia Abbiati è molto interessante, poiché entrambi scelgono di esplorare lo stesso tema universale: il dolore profondo e senza tempo legato al distacco tra genitori e figli. Sebbene i due poeti appartengano a epoche e stili diversi, c’è una forte affinità nell’intento di raccontare una sofferenza ancestrale, che unisce le generazioni.
Nel celebre componimento Pianto antico di Carducci, il dolore nasce dalla perdita improvvisa del figlioletto. Il poeta contrappone la natura che si risveglia alla terra fredda e buia dove il bambino riposa. Quello di Carducci è un pianto solenne, in cui il dramma privato diventa il simbolo della fragilità umana di fronte alla morte e della disperazione di un padre rimasto senza futuro.
Similmente, nella poesia di Cinzia Abbiati (anch’essa intitolata Pianto antico), la sofferenza è un’esperienza che attraversa il tempo, ma nasce da un dramma quotidiano: il ribaltamento dei ruoli causato dalla vecchiaia. La madre, che un tempo consolava la figlia all’asilo, ora è fragile e smarrita su una poltrona. Abbiati descrive una tenerezza immensa, in cui la figlia si accuccia per raccogliere il dolore della madre, rivivendo lo stesso distacco di quando era bambina.
Entrambi gli autori usano un linguaggio di grande intensità, ma con scelte diverse. Carducci, con la sua struttura classica, crea un monumento al dolore attraverso le immagini della natura. Abbiati, d’altro canto, sceglie parole semplici e domestiche come “asilo”, “poltrona” e “casa”, evocando un quadro reale e avvolgente che trasporta chi legge dentro una stanza piena di affetto.
Il tempo è l’elemento centrale che emerge in entrambe le poetiche. In Carducci è legato al ciclo delle stagioni che continua indifferente alla morte del figlio. Nella poesia di Abbiati, invece, il tempo è una linea che unisce il passato al presente: quel pianto antico non si è mai asciugato, dimostrando che la paura di lasciarsi andare tra madre e figlia non cambia mai.
Il dolore di Giosuè Carducci e di Cinzia Abbiati non è solo uno sfogo personale, ma una forza che esplora la profondità dei legami familiari e il mistero dell’amore che resiste alla separazione.
Giosuè Carducci

È uno dei poeti e scrittori più celebri della letteratura italiana, la cui opera ha influenzato profondamente la cultura del XIX secolo e che è stato il primo italiano a ricevere il Premio Nobel per la Letteratura nel 1906. Nato a Valdicastello, in Toscana, nel 1835, ricevette un’educazione classica e rigorosa che gli permise di sviluppare una solida preparazione intellettuale e di diventare, in seguito, un rispettato professore all’Università di Bologna. La sua vita fu segnata da gravi lutti personali, tra cui la perdita prematura del figlioletto Dante, una tragedia che alimentò la sua introspezione e che ispirò alcuni dei suoi versi più intimi e dolorosi.
La sua scrittura si caratterizza per l’intensità e la musicalità del linguaggio, e per una costante ricerca di compostezza ed equilibrio che guarda ai modelli dell’antichità greca e romana, come evidenziato nelle sue celebri raccolte, tra cui Rime nuove (1887) e Odi barbare (1877). La sua poesia, pur riflettendo l’amore per i classici, è anche intrisa di una forte sensibilità personale e di un temperamento energico che spesso sfida le convenzioni religiose e politiche del suo tempo.
I temi della natura, della memoria, della morte e dell’impegno civile attraversano la sua opera, che spazia dalla lirica intima alla poesia storica. Tra le sue poesie più celebri ci sono Pianto antico, un grido di dolore universale per la morte del figlio, e San Martino, un quadro perfetto che fonde i paesaggi autunnali con la vita quotidiana e i sentimenti umani. Nelle sue opere, la descrizione della terra e del ciclo delle stagioni diventa spesso una riflessione sulla nostalgia e sulla fragilità dell’esistenza.
Il suo stile raffinato e la sua capacità di fondere i ricordi personali con la storia e le tradizioni dell’esperienza umana hanno permesso a Carducci di attrarre un ampio pubblico e di lasciare un’impronta indelebile nella tradizione poetica italiana. La sua poesia rimane una testimonianza della profondità dei sentimenti, delle passioni civili e della ricerca di una bellezza limpida ed eterna.
Giosuè Carducci morì nel 1907, ma la sua eredità poetica continua a ispirare generazioni di lettori e studiosi, riconosciuta per la sua forza emotiva, la sua riflessione sulla condizione umana e la sua capacità di coniugare il rispetto per la tradizione con una forte passione interiore.
La scelta
Pianto antico di Giosuè Carducci è una delle più celebri e commoventi espressioni di dolore della poesia italiana. Con un linguaggio semplice ma profondamente evocativo, il poeta esplora le dimensioni del lutto paterno, elevandolo a un’esperienza totale, che abbraccia ogni aspetto dell’esistenza, dal ricordo quotidiano alla dura legge della natura.
La poesia si sviluppa come una riflessione intima, in cui la voce poetica misura l’intensità della perdita attraverso un contrasto visivo immediato: da una parte le immagini piene di vita che evocano la rinascita della natura, dall’altra la fredda oscurità della tomba. L’anima del padre si piega su se stessa, cercando di dare un senso a un sentimento che va oltre la comprensione razionale. Il dolore, nella visione di Carducci, non è solo disperazione privata, ma diventa un valore universale: la consapevolezza della fragilità umana di fronte alla morte.
Pianto antico
L’albero a cui tendevi
la pargoletta mano,
il verde melograno
da’ bei vermigli fior,
nel muto orto solingo
rinverdì tutto or ora,
e giugno lo ristora
di luce e di calor.
Tu fior de la mia pianta
percossa e inaridita,
tu de l’inutil vita
estremo unico fior,
sei ne la terra fredda,
sei ne la terra negra
né il sol più ti rallegra
né ti risveglia amor.
La potenza di questa poesia risiede nella sua capacità di trasmettere un’idea di dolore che trascende il tempo e lo spazio. Il lutto di Carducci non è solo uno sfogo romantico, ma un principio di realtà, una forza che spezza il futuro e si radica nella sfera più intima della memoria. Il tono della poesia è misurato, privo di eccessi retorici, eppure vibrante di un’intensità emotiva che la rende universale.
Attraverso la musicalità dei versi e il ritmo pacato delle brevi strofe, Carducci crea un’esperienza poetica che invita alla riflessione sul significato più profondo della perdita e del legame familiare. La semplicità apparente del testo nasconde una profondità straordinaria: l’amore per il figlio scomparso si manifesta nella purezza dei ricordi e nella totale desolazione del presente.
Con questa poesia, Giosuè Carducci trasforma il linguaggio del dolore in una dimensiona solenne, mostrando come il sentimento più umano e vulnerabile possa diventare una via per comprendere l’assoluto mistero della vita e della morte.
Cinzia Abbiati

Ha 58 anni e risiede a Milano. Nonostante un profondo interesse per lo studio e la conoscenza, il suo percorso di vita l’ha indirizzata verso l’apprendimento di una professione tecnica, e oggi opera con successo come stimata artigiana.
Formatasi da autodidatta, ha costantemente coltivato la passione per la lettura, approfondendo nel corso degli anni una vasta cultura letteraria. La sua collezione privata conta oltre tremila volumi, testimonianza concreta di una curiosità intellettuale e di una dedizione ai libri che si mantengono ancora oggi vive e costanti.
La scelta
I versi di Cinzia Abbiati sono un’espressione molto sincera e limpida di dolore domestico. Con un linguaggio semplice ma profondamente evocativo, la poetessa esplora le dimensioni del legame tra madre e figlia, elevandolo a un’esperienza totale, che abbraccia ogni aspetto dell’esistenza, dal ricordo d’infanzia alla dura realtà della vecchiaia.
La poesia si sviluppa come una riflessione intima, in cui la voce poetica misura l’intensità della sofferenza attraverso un ribaltamento visivo immediato: da una parte le immagini del passato che evocano la madre forte che consola la figlia, dall’altra la fragilità del presente in cui i ruoli si invertono. L’anima della figlia si piega su se stessa, cercando di dare un senso a un distacco che va oltre la comprensione razionale. Il dolore, nella visione di Abbiati, non è solo sofferenza privata, ma diventa un valore universale: la consapevolezza della fragilità umana di fronte allo scorrere del tempo.
Pianto antico
Non sono andata all’asilo.
Piangevo.
Non volevo staccarmi da te.
Lo ricordo come fosse ieri.
Tu accucciata piangevi insieme a me
e insieme tornavamo a casa.
Ora sei tu
che mi guardi smarrita
come lo ero io allora
e piangi quando devo andare via.
Io mi accuccio accanto alla poltrona
dove sei seduta e legata
la mano tesa a raccogliere il tuo dolore
e piango da sola
mentre torno a casa.
Dentro questo pianto antico
che il tempo non ha mai asciugato
ritrovo noi:
una bambina che non voleva lasciarti andare
e una madre che,
ancora oggi,
non vuole lasciare andare lei.
La potenza di questa poesia risiede nella sua capacità di trasmettere un’idea di dolore che trascende il tempo e lo spazio. Il dispiacere per la perdita dell’autonomia della madre non è solo uno sfogo sentimentale, ma un principio di realtà, una forza che unisce il passato al presente e si radica nella sfera più intima della memoria. Il tono della poesia è misurato, privo di eccessi retorici, eppure vibrante di un’intensità emotiva che la rende universale.
Attraverso la musicalità dei versi e il ritmo pacato delle dichiarazioni d’affetto, Abbiati crea un’esperienza poetica che invita alla riflessione sul significato più profondo della cura e del legame familiare. La semplicità apparente del testo nasconde una profondità straordinaria: l’amore per la madre si manifesta nella purezza dei ricordi e nella totale dedizione del presente.
Con questa poesia, Cinzia Abbiati trasforma il linguaggio del dolore in una dimensione solenne, mostrando come il sentimento più umano e vulnerabile possa diventare una via per comprendere l’assoluto mistero della vita e dei legami che non si spezzano mai.
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