Il confronto tra Raymond Carver e Mattia de Gennaro è molto interessante, perché entrambi raccontano la paura, il senso di colpa e il peso del dolore quotidiano. Anche se scrivono in modi diversi, tutti e due i poeti mostrano un’angoscia profonda che nasce dal silenzio e dalle piccole cose.
Nel celebre componimento Paura di Carver, l’ansia diventa un elenco continuo di timori quotidiani. Il poeta mette in fila tutto ciò che lo spaventa, come il passato, il futuro e la paura di far del male ai figli. Quello di Carver è un grido soffocato, dove la paura è una presenza costante che logora la vita.
Similmente, nella poesia di Mattia de Gennaro intitolata Il mattino dopo Ginzburg, la sofferenza si sente attraverso il ricordo e la solitudine. Le grida dei bambini che diventeranno pioggia richiamano la fragilità familiare tipica di Carver. Il poeta cammina nel silenzio della notte, cercando un perdono difficile e guardando i segni lasciati dai traumi.
Entrambi gli autori usano parole intense, ma con scelte diverse. Carver accumula immagini concrete e reali, creando un ritmo che travolge chi legge. De Gennaro, invece, sceglie uno stile più misterioso e sospeso, usando parole semplici come silenzio, madri e polvere.
La traccia del dolore è l’elemento centrale in entrambe le opere. In Carver si trova nei piccoli fatti di ogni giorno, come una telefonata o una porta che si chiude. Nella poesia di de Gennaro, invece, il trauma si vede nella forma delle catastrofi rimasta sulle poltrone, un oggetto di casa che dimostra come il dolore non svanisca mai del tutto.
L’angoscia di Raymond Carver e di Mattia de Gennaro non è solo uno sfogo, ma un modo per scavare dentro le nostre fragilità e mostrare quanto sia forte la paura di perdere ciò che amiamo.
Raymond Carver

È uno dei poeti e scrittori più celebri della letteratura americana contemporanea, diventato il maestro indiscusso del minimalismo letterario. Nato in Oregon nel 1938, visse un’esistenza segnata da lavori umili, difficoltà economiche e una lunga lotta contro l’alcolismo, durezze che alimentarono la sua introspezione e ispirarono i suoi versi più dolorosi.
La sua scrittura si caratterizza per la precisione e l’essenzialità del linguaggio, rifiutando ogni decorazione inutile per guardare alla realtà nuda delle vite comuni. La sua poesia è intrisa di una forte sensibilità personale e di una profonda tenerezza che riscatta la tristezza quotidiana.
I temi della paura, della memoria e della fragilità dei legami attraversano la sua opera. Tra le sue poesie più celebri c’è Paura, un elenco universale delle fobie umane dove la descrizione degli oggetti di casa diventa una riflessione sulla precarietà dell’esistenza.
Il suo stile spoglio e la capacità di fondere i ricordi personali con le fatiche comuni hanno permesso a Carver di lasciare un’impronta indelebile, offrendo una testimonianza sulla ricerca di una bellezza onesta e immediata.
Raymond Carver morì nel 1988, ma la sua eredità poetica continua a ispirare generazioni per la sua forza emotiva e per la capacità di coniugare la semplicità delle parole con una grande passione interiore.
La scelta
Paura di Raymond Carver è una delle più celebri e commoventi espressioni di ansia della poesia americana contemporanea. Con un linguaggio semplice ma profondamente evocativo, il poeta esplora le dimensioni della fragilità umana, elevandola a un’esperienza totale, che abbraccia ogni aspetto dell’esistenza, dalle fobie quotidiane alla dura realtà della vita.
La poesia si sviluppa come un elenco continuo e incalzante, in cui la voce poetica misura l’intensità del proprio malessere attraverso immagini concrete e immediate: dalle situazioni banali come uno squillo del telefono alle minacce più grandi come il pensiero del passato o della fine dei propri figli. L’anima del poeta si piega su se stessa, cercando di dare una forma a un sentimento che tormenta la mente. La paura, nella visione di Carver, non è solo una debolezza privata, ma diventa un valore universale: la consapevolezza di quanto sia precario l’equilibrio di un uomo.
Paura
Paura di vedere un’auto della polizia accostare al marciapiede.
Paura di addormentarmi la notte.
Paura di non addormentarmi.
Paura del passato che risorge.
Paura del futuro che si prepara.
Paura di quando squilla il telefono.
Paura delle tempeste elettriche.
Paura della donna delle pulizie che ha una macchia sul ginocchio.
Paura dei cani che mi hanno detto che non mordono.
Paura dell’ansia.
Paura di dover identificare il corpo di un amico morto.
Paura di restare senza soldi.
Paura di avere troppo, anche se non capiterà.
Paura dei profili psicologici.
Paura di fare tardi e paura di arrivare prima degli altri.
Paura delle scritte autografe dei miei figli sulle buste.
Paura che muoiano prima di me, e mi sentirei in colpa.
Paura di dover vivere con mia madre quando sarà vecchia, e io pure.
Paura della confusione.
Paura che questo giorno finisca con una nota storta.
Paura di svegliarmi e scoprire che sei andata via.
Paura di non amare e paura di non amare abbastanza.
Paura che quel che amo si riveli letale per coloro che amo.
Paura della morte.
Paura di vivere troppo a lungo.
Paura della morte. L’ho già detta.
La potenza di questa poesia risiede nella sua capacità di trasmettere un’idea di angoscia che trascende il tempo e lo spazio. Il timore di Carver non è uno sfogo esagerato, ma un principio di realtà, una forza che si radica nella sfera più intima della memoria e della vita domestica. Il tono della poesia è spoglio, privo di parole difficili, eppure vibrante di un’intensità emotiva che la rende universale.
Attraverso la ripetizione ossessiva della parola iniziale e il ritmo pacato ma inarrestabile dei versi liberi, Carver crea un’esperienza poetica che invita alla riflessione sul significato più profondo della vulnerabilità e dei legami familiari. La semplicità apparente del testo nasconde una profondità straordinaria: l’amore per le persone care si manifesta proprio nella paura costante di perderle o di vederle soffrire.
Con questa poesia, Raymond Carver trasforma il linguaggio della paura in una dimensione solenne, mostrando come il sentimento più comune e fragile possa diventare una via per comprendere l’assoluto mistero delle nostre insicurezze.
Mattia de Gennaro

È regista e sceneggiatore. Diplomatosi in Cinema, fotografia e audiovisivo presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia, prosegue gli studi a Roma entrando a far parte della Scuola di sceneggiatura Leo Benvenuti. Attualmente, è diplomando in Teorie e tecniche dell’audiovisivo presso l’Accademia di Belle Arti di Roma.
Nel 2022, debutta con il cortometraggio janelas verdes’ dream. Nello stesso anno, scrive e dirige prima di fratelli e altri mali, prodotto in collaborazione con il Piccolo Teatro di Foggia e poi AKKA, ottenendo un gran numero di candidature e premi prestigiosi, tra i quali la Menzione d’onore dello Student World Impact Film Festival di New York e il Premio Giovane Regista del Festival del Cinema di Cefalù. Nel 2024, il suo cortometraggio quello che resta di niente ottiene il premio Miglior cortometraggio al Festival Intercomunale di Cinema Amatoriale di Brescia, vincendo poi il Premio Giuria Popolare e il Premio Giuria Studenti del CORTOCIRCUITI Short Film Festival di Bari e il Premio Miglior Regia dello Student Film Festival di Foggia. Con Ho sognato che a Milano c’era il mare vince la sezione Memory Ciak del Premio Bookciak, Azione!, evento di pre-apertura delle Giornate degli Autori all’81° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Il suo ultimo cortometraggio, Un cuore inutile viene premiato per la Miglior Fotografia dal Gargano Film Fest e come Miglior Corto Studentesco dal Ponza Film Festival.
Nel 2026 torna alla poesia con l’intento di declinare in versi la scrittura per immagini. Quest’anno, il Premio Letterario Internazionale Francesco Giampietri gli conferisce la Menzione d’onore per la sezione Poesia in lingua Italiana e il Torneo dei Poeti lo vede classificarsi terzo durante la sua VI edizione.
È prevista la pubblicazione di un suo volume monografico nel corso dell’anno.
La scelta
Con parole semplici ma capaci di creare immagini forti, l’autore esplora il peso dei ricordi e del senso di colpa, trasformando un momento di solitudine in una riflessione che parla a tutti noi. La forza di questo testo risiede nella sua capacità di catturare un’atmosfera sospesa, tipica di chi si guarda indietro e cerca di dare un senso ai legami interrotti. È un cammino interiore che mette a nudo la fragilità dell’anima di fronte ai traumi della vita, invitando chi legge a fare i conti con le proprie zone d’ombra e con i silenzi che troppo spesso nascondiamo.
Il testo si sviluppa come un pensiero improvviso fatto di suoni e silenzi: all’inizio ci sono le grida vive dei bambini, che poi nel futuro si trasformano in pioggia e pianto, portando il poeta a camminare da solo nella notte. In questo vuoto, l’autore cerca un perdono difficile e si guarda intorno, scoprendo che i traumi passati lasciano un segno visibile e indelebile sulle cose di tutti i giorni.
Il mattino dopo Ginzburg
Le grida dei bambini;
tra qualche anno, saranno pioggia
e a me basterà poco per sentirli piangere:
uscire nel silenzio, in una notte deserta
a chiedere alle loro madri di potermi assolvere,
di dirmi dove sono le poltrone con sopra, ancora
la forma delle catastrofi su cui la polvere non si posa.
La forza di questi versi sta nella capacità di raccontare un’angoscia intima senza usare parole difficili o esagerate. Il dolore non è urlato, ma si nasconde nei dettagli della vita domestica e della memoria. Il tono è calmo, quasi confidenziale, eppure trasmette una forte carica emotiva.
Attraverso un ritmo fluido, de Gennaro ci invita a riflettere sulla fragilità dei legami e sul senso di responsabilità verso gli altri. La semplicità del testo nasconde un significato più profondo: la forte empatia verso la sofferenza altrui si vede proprio nella ricerca di quelle poltrone vuote, dove il dolore è passato ma non si è ancora cancellato.
Con questa poesia, Mattia de Gennaro riesce a dare voce al silenzio, dimostrando come i sentimenti più nascosti e personali siano spesso i più sinceri e universali.
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